Si è a casa dovunque su questa terra, se si porta tutto in noi stessi

Ogni giorno combattiamo una battaglia contro il pregiudizio, talvolta senza che ce ne rendiamo conto, in una sfida necessaria ma che può diventare fruttuosa. Per gli altri e per noi stessi.

Esther Hillesum, detta Etty (Middelburg, 15 gennaio 1914 – Auschwitz, 30 novembre 1943), è una scrittrice olandese di origine ebraica, vittima dell'Olocausto. Ragazza ricca di interessi, caratterizzata da un'intelligenza spiccata e una sensibilità fuori dal comune, l'8 marzo 1941, su invito dello psicologo Julius Spier, inizia a scrivere un Diario. Nel 1942, lavorando come dattilografa presso una sezione del Consiglio Ebraico di Amsterdam, ha anche la possibilità, in un primo tempo, di essere esentata dall'internamento a Westerbork. Ma le sue aspirazioni sono altre, e le sue convinzioni umane e spirituali la spingono a condividere la sorte del suo popolo, scegliendo di lavorare nel campo di transito come assistente sociale per i deportati. Anche la sua famiglia è stata deportata nel campo di sterminio di Auschwitz.


Sentirsi parte dell'universo fino a perdersi in noi stessi: un proposito vago, eppure più concreto di quanto si possa immaginare a prima vista.
È questa la proposta coraggiosa di Esther "Etty" Hillesum, maturata in un mondo scosso tra due guerre mondiali. Una proposta inconsapevole, almeno in parte, che trae origine dalla sua esperienza di vita divisa tra cultura e passione, tra smarrimento e sofferenza.

Il quartiere ebraico ad AmsterdamDescrivere il pensiero di una persona comporta di immergersi nel pregiudizio: ognuno di noi vede la realtà non per quello che è ma attraverso il filtro della propria mente, dei suoi trascorsi. È difficile non scorgere in Etty qualcosa di noi, soprattutto la sofferenza, condizione sottesa ad ogni esistenza, che esige di essere affrontata senza paura di avvicinarvisi troppo. Ma come reagire all'ingiustizia? L'aspirazione dell'autrice è accettare la propria condizione, senza contribuire ad accrescere la cultura dell'odio. Benchè il comportamento più istintivo di un perseguitato sia probabilmente fuggire e detestare il suo oppressore, Etty intravede con sorprendente lucidità la condizione di sofferenza, ben più grande, nella quale versa un ufficiale della Gestapo o un militare delle SS. Persone che scelgono di svolgere il loro compito, vittime di una sofferenza che le induce a far retrocedere la loro umanità e a percorrere la via della violenza, incapaci di preservare con decisione l'istinto di rispetto e tolleranza che contraddistingue la natura umana. È proprio quel procedere contro natura l'inizio di una sofferenza sempre più profonda e ingovernabile, via via più difficile da arginare e che anzi si propaga nel mondo, causando la diffusione di mali ulteriori.

"Si notava subito un giovane che camminava su e giù con un’ espressione palesemente scontenta, assillato e tormentato. Cercava continuamente pretesti per urlare a quei disgraziati ebrei: «Mani fuori dalle tasche per favore...». Per me era da compiangere più di coloro a cui stava urlando; e questi, a loro volta, facevano pena nella misura in cui erano impauriti. [...] In fondo, io non ho paura. non per una forma di temerarietà, ma perché sono cosciente del fatto che ho sempre a che fare con degli esseri umani, e che cercherò di capire ogni espressione, di chiunque sia e fin dove sarà possibile. E il fatto storico di quella mattina non era che un infelice ragazzo della Gestapo si mettesse a urlare contro di me, ma che francamente io non ne provassi sdegno, anzi, che mi facesse pena, tanto che avrei voluto chiedergli: "hai avuto una giovinezza così triste, o sei stato tradito dalla tua ragazza?". Aveva un’aria così tormentata e assillata, del resto anche molto sgradevole e molle. Avrei voluto cominciare subito a curarlo, ben sapendo che questi ragazzi sono da compiangere fintanto che non sono in grado di fare del male, ma che diventano pericolosissimi se sono lasciati liberi di avventarsi sull’umanità. È solo il sistema che usa questo tipo di persone a essere criminale. E quando si parla di sterminare, allora che sia il male nell’uomo, non l’uomo stesso." 27 febbraio 1942

Nei confronti di un oppressore, la vittima di un sopruso dovrebbe sforzarsi di intuire che anche l'aggressore è a sua volta succube di una condizione di debolezza che lo spinge ad agire secondo disumanità fintanto che non si prova ad interrompere il circolo vizioso della violenza. Accettare l'ingiustizia e far valere le proprie ragioni in modo assertivo e non violento, per cercare di lenire le ferite altrui, invece di recarne ulteriori a compensazione di quante si ritenga averne subite, è la via per non accrescere la negatività presente nel mondo, per rispondere in modo proattivo al male che ci circonda e che, a ben vedere, origina dal profondo di persone come noi, che a volte vanno guidate in una direzione più mite, più responsabile, certamente più consapevole. La religione non è imprescindibile per percorrere questa strada. Ich bin derselbe noch – io sono lo stesso – si legge in una poesia del Libro delle Ore di Rainer Maria Rilke. Così il dio di Etty diviene talvolta la sua stessa anima, sulla quale conduce un lavoro di introspezione e autoanalisi, guidata in parte da S., suo riferimento, ma soprattutto dalla sua vita, da tutto ciò che la circonda. Nei momenti di sconforto si domanda come possano i carnefici essere delle creature a somiglianza di Dio, attenendosi tuttavia ad una sospensione dal giudizio finalizzata a limitare il conflitto con il prossimo.

"Dio, certe volte non si riesce a capire e ad accettare ciò che i tuoi simili su questa terra si fanno l’un l’altro, in questi tempi scatenati. Ma non per questo io mi rinchiudo nella tua stanza, Dio: continuo a guardare le cose in faccia e non voglio fuggire dinanzi a nulla, cerco di comprendere i delitti più gravi, cerco ogni volta di rintracciare il nudo, piccolo essere umano che spesso è diventato irriconoscibile. In mezzo alle rovine delle sue azioni insensate. Io non me ne sto qui, in una stanza tranquilla ornata di fiori, a godermi poeti e pensatori glorificando Iddio, questo non sarebbe proprio tanto difficile. [...] Io guardo il tuo mondo in faccia, Dio, e non sfuggo alla realtà per rifugiarmi nei sogni. Voglio dire che anche accanto alla realtà più atroce c’è posto per i bei sogni, e continuo a lodare la tua creazione, malgrado tutto!"  29 maggio 1942

Numerosi gli scontri nella storia dell’uomo dei quali abbiamo traccia, a conferma che la visione di Etty può considerarsi un invito alla calma, una proposta a soffermarsi e a riflettere su chi siamo e dove andiamo. Nell’accordo così come nel dissenso occorre cercare un delicato equilibrio, che ciascuno di noi può interpretare a modo suo, purchè non si perda di vista l’obiettivo di crescere e trasformare lo scontro in un’occasione di sviluppo per tutte le parti coinvolte.

"Ho guardato in faccia la nostra misera fine, che è già cominciata nei piccoli fatti quotidiani; e la coscienza di questa possibilità fa ormai parte del mio modo di sentire la vita, senza fiaccarlo. Non sono amareggiata o in rivolta, non sono più scoraggiata o tanto meno rassegnata. Continuo indisturbata a crescere, di giorno in giorno, pur avendo quella possibilità dinanzi agli occhi. [...] La possibilità della morte si è perfettamente integrata nella mia vita; questa è come resa più ampia da quella, dall’affrontare ed accettare la fine come parte di sé. [...] Sembra quasi un paradosso: se si esclude la morte non si ha mai una vita completa; e se la si accetta nella propria vita, si amplia e si arricchisce quest’ultima. È la prima volta che ho da confrontarmi con la morte. Non ho mai saputo bene come comportarmi con lei, sono vergine nei suoi confronti. Non ho mai visto una persona morta. [...] E ora la morte è qui, in tutta la sua grandezza, e già è come una vecchia conoscenza che fa parte della vita e che si deve accettare. È tutto così semplice. Non c’è bisogno di fare profonde considerazioni. D’un tratto la morte, grande, semplice e naturale, è entrata quasi tacitamente a far parte della mia vita. E adesso io so che appartiene alla vita."  3 luglio 1942

Osservare e ascoltare gli altri per conoscere se stessi, poi riaffacciarsi alla realtà con sguardo disincantato, perché si può provare a sentirsi a casa dovunque su questa terra.
 

FONTI E CONTENUTI CORRELATI
Etty Hillesum, "Diario 1941-1943", Ediz. integrale, Adelphi


Dialogo tra il colonnello Hans Landa delle SS e un contadino francese - da un film di Quentin Tarantino
Una scena dal film "Bastardi senza gloria" di Quentin Tarantino: il colonnello delle SS Hans Landa a dialogo con un contadino francese che dà a rifugio a ebrei. Benchè topi e scoiattoli siano entrambi roditori e possano diffondere malattie, è consuetudine provare pregiudizialmente sentimenti di avversione nei confonti dei ratti.
 
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