Un regalo natalizio, ma non troppo.

Raramente apro le strenne natalizie prima del 25 dicembre. Il mistero degli oggetti avvolti nella carta da regalo con nastri e fiocchi più o meno luccicanti è elemento imprescindibile dell’atmosfera di questa festa.
E’ una reviviscenza della brama e della tentazione che, quando ero più giovane, mi inducevano a curiosare e indagare il contenuto dei pacchi infiocchettati, mano a mano che questi facevano la loro comparsa sotto l’albero. Un pezzetto alla volta, cercavo di scuotere il manufatto, cogliendone ogni minima variazione di suono, al fine di immaginare che cosa potesse trovarsi all’interno.
La tradizione ha avuto una brusca interruzione quest’anno, durante un incontro di formazione prima delle festività. A noi giovani è stato chiesto, per tale occasione, di preparare un regalo semplice e di poco conto ma che esprimesse un tratto della propria personalità, una visione in prospettiva dell’anno nuovo. E di quelli a venire. Questi doni erano poi raccolti in un mucchio dal quale ciascuno di noi era chiamato a prelevarne uno a scelta, senza sapere chi ne fosse l’autore e avendo cura, naturalmente, di non impossessarsi del proprio. Scartati gli involucri, avevamo poi a disposizione tre tentativi per indovinare da chi tra noi provenisse l’oggetto che avevamo tra le mani. Trovandoci ancora all’inizio dell’anno di servizio, i pochi indizi consistevano in quanto avevamo proclamato di essere – o non essere – in taluni momenti precedenti di improvvisazione e dinamiche di gruppo. Nessuno era a conoscenza di che cosa avessi scelto di conferire, tranne il collega di ufficio, Damiano, che da attore per un’officina teatrale è stato assai bravo a recitare la parte di chi non ne sapeva nulla.

Il mio regalo, una partitura di Jingle Bells nell’arrangiamento di Michael Kravchuk, è stato prelevato dalla collega Jamila, che supponeva fosse stato confezionato da qualcuno dei musicisti presenti nel gruppo di volontari selezionati per quest’anno. Così, quando è emerso che in realtà ero stato io a preparare quell’oggetto, ho cercato di spiegare quale fosse il significato nelle mie intenzioni. Il brano, che sarebbe stato scritto da uno statunitense, nella seconda metà dell’Ottocento, per essere cantato in occasione del Giorno del ringraziamento, è diventato ormai una delle canzoni natalizie più celebri. Dunque il foglio voleva essere innanzitutto un augurio di buone feste. La partitura aveva però anche una caratteristica peculiare, quella di essere in una variante più cupa e meno allegra del brano tradizionale come solitamente viene eseguito. Non essendo un musicista ma solo un appassionato, spero che sia corretto dire che la partitura è in minore. Così, almeno, dovrebbe chiamarsi in italiano la “minor key”, indicata sul foglio. In breve, ciò che è trasposto in minore assume una connotazione sinistra e cupa, certamente assai diversa all’ascolto rispetto alla tonalità consueta. Un po’ come le sinfonie dei grandi compositori classici: esistono quelle in maggiore, gioiose, e quelle in minore, più meste. Questo è più o meno quanto ho inteso tra l’altro, ormai qualche anno fa, a un concerto di Carlot-ta, giovane musicista vercellese, che in una serata di Santo Stefano aveva proposto insieme ai suoi musicisti una versione piuttosto inconsueta e malinconica - in minore, appunto, per chitarrino, percussioni e contrabbasso - di un altro grande classico natalizio anglosassone, Rudolph the Red Nosed Reindeer.

Ritengo che la percezione del Natale e il modo in cui lo si vive assumano connotazioni diverse per ognuno, variando di molto anche nel corso della stessa vita. All’ottimismo dei giovanissimi si affianca, talvolta si sostituisce, una prospettiva più disincantata, meno gioiosa e spensierata, forse più consapevole. Qualunque sia la visione che ciascuno di noi matura sulla questione di come affrontare le festività natalizie, probabilmente essa non può essere del tutto avulsa dall’approccio che si adotta nella vita di tutti i giorni, a contatto con gli accadimenti di ogni periodo degli anni attraverso la nostra esistenza. Dunque il secondo significato dell’oggetto di cui narriamo voleva essere un invito ad osservare la realtà da un’altra prospettiva, più attenta, più creativa o comunque alternativa. Una proposta a soffermarsi per un momento e riflettere intorno alle cose, per verificare se esse sono davvero come ci appaiono. Anche l’idea più nitida può celare significati nascosti, se la si osserva da un’angolazione diversa, e talvolta può accadere di dover rileggere completamente avvenimenti, persone, esperienze, persino intere visioni esistenziali. Può sembrare in effetti inquietante suggerire di riflettere sul fatto che nulla è necessariamente ciò che sembra di primo acchito, ma altrettanto spaventoso e fuorviante forse sarebbe fissarsi su vedute istantanee e fuggenti, che potrebbero poi rivelarsi errate e diventare origine di scelte inopportune. Anche Rudolph, schernito e discriminato per il suo naso rosso, si trasforma in un idolo dei suoi simili nel momento in cui la sua caratteristica insolita diventa il faro per la slitta in una fredda e nebbiosa notte di vigilia.

A compensare le elucubrazioni alla base del mio regalo, il movente assai più spensierato del dono che ho ricevuto dal collega Giacomo, autodichiaratosi “generoso”, quando ci è stato chiesto di scegliere un aggettivo che ci descrivesse e iniziasse con la prima lettera del nostro nome. Io mi sono reputato invece “attento”, forse fin troppo, a non gioire mai fuori luogo ma anche quando sarebbe il momento. L’oggetto scelto da Giacomo è stato un simpatico Santa Claus con un cordino dorato. La leggerezza che talvolta mi manca ha trovato ugualmente modo di raggiungermi, in tale circostanza, e di questo sono stato molto contento.

Non so, infine, se quanto sopra esposto sia esattamente ciò che ci era stato chiesto di scrivere per raccontare la nostra esperienza. Diciamo che ho ritenuto di avvalermi della libertà di manifestazione del pensiero di cui all’articolo 21 della Costituzione repubblicana, forse abusando di tale diritto, certamente della vostra pazienza.
E’ la democrazia a sostenere questi spazi di manovra e, dopotutto, si sa che essa è ciò che dice di essere: il potere del popolo. Ed è buona o cattiva a seconda che il popolo sia l'una o l'altra cosa.
 

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