Incontri difficili da fotografare

Non ci sono estranei, ma solo amici che non abbiamo ancora conosciuto. Così scrisse un noto poeta e drammaturgo irlandese vissuto tra Ottocento e Novecento.
Esistono esperienze che non trovo così immediate da descrivere, soprattutto quando mi rendo conto di non averne maturato un’idea davvero nitida.
Nei mesi scorsi, noi giovani del Servizio civile siamo stati coinvolti in alcuni momenti di formazione che si sono tenuti in un Centro di Accoglienza Straordinaria del centro città. Non descriverò nel dettaglio i contenuti delle lezioni frontali e le modalità in cui si è svolta l’iniziativa, perché l’hanno già fatto i colleghi nei loro articoli, che vi suggerisco di leggere se volete avere un resoconto delle relazioni tenute dai docenti dell’Università del Piemonte Orientale che sono intervenuti.
E’ trascorso ormai qualche tempo da allora, e se sono arrivato solo oggi a scrivere queste righe ciò dipende anche dall’incertezza che ho riscontrato su come raccontare questa esperienza. In breve, sia le lezioni sia i tavoli di conversazione in lingua e di confronto sui temi trattati – che spaziavano dalla filosofia alla storia, dalla politica alla religione, dalla comunicazione all’ermeneutica – si sono prestati ad occasione di incontro tra noi colleghi, a contatto con i docenti, gli operatori della struttura e taluni degli ospiti che vi si trovano.

Ritengo che non sia così scontato trarre le conclusioni di qualsiasi incontro con persone che hanno una storia e una visione del mondo abbastanza diversa dalla nostra. In modo non dissimile da una fotografia in controluce, che avevo scattato per immortalare due persone che si abbracciavano dinanzi al fuoco di una festa celtica, questo scritto origina come immagine contrastata e al contempo vaga di un’esperienza che ha dato adito a riflessioni personali più generiche.
Dunque, a ben vedere, la citazione con la quale ho scelto di aprire questo articolo vuole essere uno spunto di riflessione che si presti all’interpretazione più libera che ciascuno di noi scelga di fare propria. Un invito all’amicizia, intesa come rispetto reciproco, nella vita di tutti i giorni e a prescindere da qualsiasi altra analisi, ma anche la consapevolezza, in una prospettiva più disincantata, che potremmo anche non pervenire mai ad incontrare gli amici che non abbiamo ancora conosciuto.
Può darsi che la via più percorribile sia quella di considerarci ospiti sulla stessa terra, esseri unici e irripetibili, così diversi eppure così simili, come suggerirebbe un approccio empirico, e ritenerci davvero fortunati quando ci si imbatta in una persona che, dopo lungo tempo, scegliamo ancora di continuare a chiamare “amico”.
 

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