Un viaggio attraverso le sedi vercellesi del Servizio Civile

È proprio quando si crede di sapere qualcosa che si deve guardarla da un’altra prospettiva

Quasi un anno fa iniziava all’incirca con queste parole un percorso che è stato occasione di nuovi incontri e conoscenze, ma anche un’avventura inaspettata per esplorare luoghi che non avevo mai visitato. Ed altri che credevo di aver già visto…

Con una frase liberamente tratta dal film del 1989 L’attimo fuggente ho scelto di dare titolo a questo racconto. Si tratta di una citazione a me cara, che aveva fatto comparsa alle selezioni per quest’anno di servizio civile e mi riporta alla mente la scena con il professor Keating, docente di lettere interpretato da un indimenticabile Robin Williams, mentre saliva in piedi sulla cattedra invitando i suoi studenti a fare altrettanto e a guardarsi intorno, durante una delle sue lezioni di storia della letteratura.
Un’occasione per provare a seguire quell’invito si è presentata all’inizio dell’estate scorsa, quando si è iniziato a lavorare alla campagna di comunicazione per il nuovo bando di servizio civile. Così ciascuno di noi ha potuto dare il suo contributo e proporre idee su come realizzare un piano editoriale che quest’anno ha dato importanza alle immagini, soprattutto in movimento, con la produzione di un video promozionale per ognuno dei nuovi progetti.
È stato allora che ho deciso che mi sarebbe piaciuto realizzare un reportage delle sedi vercellesi che attuano il progetto di servizio promosso dal Comune, impiegando una sfera di vetro cristallo attraverso cui fotografare i luoghi che vedranno impegnati i nuovi volontari. Non avevo, in realtà, un’idea così precisa su come comporre gli scatti e sul risultato che volessi raggiungere, così ho cercato di prendere le mosse da alcuni esperimenti che avevo tentato qualche anno fa in tutt’altro contesto. 

Sono grato a Andrius Aleksandravičius, un fotografo di Kaunas, in Lituania, che è stato la prima fonte di ispirazione attraverso il suo sito internet, nel quale mi ero imbattuto mentre seguivo alcuni tutorial di street photography. Tra i suoi album figura un progetto dal titolo Glass Ball Photography, che ritrae scorci simbolici e angoli inediti della sua città e di altri posti che ha visitato. Incuriosito da quelle immagini, decisi di procurarmi una sfera di vetro cristallo per provare a trasporre la sua idea nei luoghi della mia esistenza.

Un tramonto in Valtournenche, una sera dell'estate 2015Dopo alcuni scatti abbozzati poggiando la sfera sulle panche dei giardini pubblici e sui tavoli di piazza Cavour, mi ritrovai a Torgnon, nel solstizio dell’estate 2015. Proprio lì è stata scattata la foto che compare nell’anteprima di questo articolo. Faceva molto fresco lassù, quella sera di giugno, e mentre passeggiavo sui sentieri abbastanza ripidi nei dintorni della borgata mi accorsi che nello zaino vi era ancora quella sfera. Tutto intorno una quiete misteriosa permetteva di percepire meglio quei suoni di fondo che nella città sono celati dal rumore prodotto dell’impronta antropica che contraddistingue la vita nei luoghi urbanizzati, spesso in sovrapposizione al suono della natura e, forse proprio per questo, rendeva speciale quel momento come un’occasione per provare un’esperienza di vita più autentica. Era quasi il tramonto e le ombre si facevano lunghe, quando mi volsi verso meridione e vidi quello scorcio della Valtournenche per metà ancora illuminata, mentre il sole era già calato al di là delle vette. Ottenni così l’immagine che ne è risultata: si tratta di uno scatto a mano libera, con la sfera di vetro gelida afferrata dall’altra mano, per quella che in gergo dovrebbe chiamarsi una tripla esposizione, una fusione di tre scatti ravvicinati per cercare di catturare nel modo quanto più fedele possibile la gamma di colori che avevo di fronte a me, con quelle sfumature del cielo azzurro e dei prati verdi. Nella sfera e a lato dello sfondo i tetti del paese, con la chiesa nella quale si stavano svolgendo i preparativi per il concerto di una musicista vercellese che quella sera suonò canzoni che narravano di un ruscello di montagna. Delle mie immagini realizzate con la sfera fu questa la prima a finire su una pagina ufficiale e ringrazio per questo riscontro, perchè può darsi che anche altri abbiano provato un frammento di stupore attraverso quella diapositiva.

Così, qualche mese fa, memore di quello scatto e di altri che ne sono seguiti, perlopiù nel tempo libero e senza uno scopo ben preciso, ho pensato che fosse il momento di provare a ripartire da lì, questa volta con un progetto organizzato e un percorso nitido da seguire. Dopo qualche ricerca volta a verificare se esistessero già analoghe fotografie sul territorio vercellese, per evitare eccessive sovrapposizioni e al contempo trarre spunto per l’attuazione di questa idea, mi accorsi che su internet non ve n’era traccia. Dunque mi sono proposto per realizzare una serie di immagini che documentassero le tappe della sfera in un viaggio attraverso i luoghi del servizio, attraverso gli uffici comunali, passando per la cultura, l’istruzione e il sociale. Ho avuto la possibilità di intraprendere questa esplorazione, con una rotta determinata e una scadenza ben precisa entro la quale tutto il materiale doveva essere pronto per completare in tempo la campagna di comunicazione. Di volta in volta prendevo contatto con le segreterie e i responsabili delle sedi, al fine di concordare i momenti in cui potessi recarmi nei vari luoghi.

Il viaggio è iniziato dal vicino ufficio dell’Informagiovani, quello che si occupa delle politiche giovanili e della comunicazione per il servizio civile, per approdare poi ai luoghi della cultura. Al Museo Borgogna mi sono soffermato nella sala rossa, nei corridoi lunghi e luminosi, infine nel salone, che con il suo silenzio ha riportato alla mente i concerti, le conferenze e le visite guidate che ho vissuto al suo interno. Al Museo del Tesoro del Duomo, tra le teche illuminate nelle sale in penombra, ho osservato gli arredi sacri, i simboli della fede, gli utensili di età antica, in un percorso che mi ha condotto nella Biblioteca Capitolare, luogo di studio e di custodia di pergamene e antichi manoscritti. Armi preistoriche, tombe egizie e vasi etruschi si sono rifratti attraverso il vetro della sfera al Museo Leone e al Museo Archeologico Civico.
Nel complesso della ex-chiesa di Santa Chiara si trova anche la Scuola Musicale Vallotti, nuovo ingresso tra le sedi del bando di quest’anno; nelle sale dell’edificio ero circondato da pianoforti, percussioni e altri strumenti, che riempivano lo spazio silenzioso nel quale mi trovavo immerso, cercando di immaginare l’auditorium colmo di studenti e aspiranti musicisti dinanzi ai loro docenti, ma anche dagli spartiti e dai manoscritti delle immense sale dell’archivio. Altri scritti, giornali e riviste occupano le stanze della Biblioteca Civica, nella sede della sezione generale, con i locali per la consultazione e l’ampio salone, e nella sede distaccata dedicata ai giovani, negli spazi dell’ex-ospedale, con i suoi scaffali colmi di libri parlanti, cartonati tridimensionali, la sala per le conferenze e uno spazio per il gioco dedicato ai più piccoli che vogliono già cimentarsi nel mondo della lettura.
In via del Duomo si trovano gli uffici amministrativi e il Rettorato dell’Università, che quest’anno apre ai volontari anche nelle sedi di Novara e Alessandria; l’aula magna è stata teatro dell’ultima fase delle selezioni per il bando di quest’anno ed è situata nei pressi degli uffici che si occupano di fornire informazioni e orientamento agli studenti, anche per gli studi all’estero e con l’impiego di tecnologie assistive per coloro che ne necessitano. 
Passando in piazza del Municipio si possono raggiungere l’Ufficio Europa e quello per le Relazioni con il Pubblico, sedi del progetto al quale collaboro insieme ai colleghi Damiano e Giulia; qui si trascorre molto tempo in ufficio per rispondere ai cittadini che ci raggiungono, anche al telefono e tramite internet, ma le finestre aperte sul pianterreno portano luce all’interno delle nostre sale e fanno vedere e sentire che là fuori vi sono la città e tutte le persone che fanno affidamento su di noi per rispondere alle loro richieste. Accade sovente di dover cercare insieme soluzioni guardandosi intorno, stabilendo contatti con le realtà che ci circondano, osservando un problema da più prospettive per trovare la strada migliore per affrontarlo, perchè forse l’unico modo per impiegare al meglio questi dodici mesi è cercare di servire così come vorremmo essere serviti noi, che dopo ogni turno facciamo ritorno dall’altra parte, quella della vita quotidiana in cui siamo immersi tutti noi e che proprio per questo dobbiamo cercare di migliorare.
All’interno di una scuola ha sede il Coverfop; tra i corridoi e le stanze al piano superiore, la segreteria, i laboratori, le aule informatiche e le sale corsi che hanno ospitato le mattinate di formazione generale sin dalle prime settimane. In un ex-monastero di via Quintino Sella ho visto il dietro le quinte della struttura comunale che si occupa anche del settore Ecologia; attraverso le scale e gli anfratti inesplorati di quell’edificio antico passano le esigenze da soddisfare per cercare di prendersi cura dell’ambiente che ci dà emozioni e ci sostiene.
Proprio per dare la possibilità di assaporare una vita soddisfacente e per consentire la ricerca della felicità esistono il settore delle politiche sociali e l’area disabilità. Dinanzi a Palazzo Civico si trovano la segreteria e l’amministrazione delle Politiche sociali; nei loro uffici computer, telefoni e archivi per tenere traccia dei bisogni e delle vulnerabilità, che talvolta non fanno rumore e non si vedono ma pervadono le parti più deboli della comunità. Lasciata la base, la battaglia contro le difficoltà si consuma nei luoghi della vita di tutti i giorni e mediante strutture dedicate alle situazioni che richiedono attenzione. Nella Cascina Bargè, ai margini della città che si ode in lontananza, l’orto, i laboratori e gli animali sono i tesori che consentono agli operatori di coinvolgere gli assistiti in attività importanti. Al Centro Galilei, stando insieme in casa, si vive la disabilità in condivisione, riscoprendola come opportunità di vita diversa ma proprio per questo a suo modo tanto affascinante quanto ineluttabile. All’Associazione Diapsi ho visitato l’ufficio che coordina coloro che riescono nel prodigio di trasformare il disagio psichico in creatività e integrazione nella vita di tutti i giorni, portando quelle persone in mezzo a noi insieme alle loro sorprendenti capacità, con laboratori artigianali e altre attività che mi hanno riportato alla mente la realtà del Caffè Basaglia di Torino. Ognuno di questi luoghi è la dimostrazione che basta cambiare angolazione per rendersi conto che il disagio può diventare una risorsa se si sa affrontarlo con tutto l’impegno che occorre.
Vicino ai giardini della stazione ferroviaria l’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi; varcato il cancello, attraversati i cortili con i giardini delimitati da bianche pareti, le scale conducono alla segreteria della Curia e alla Biblioteca Agnesiana, che profuma di mistero e custodisce antichi e imponenti manoscritti, partiture di musiche sacre e altri tesori dal passato.

Questo viaggio mi ha condotto infine a percorrere lo scalone del Municipio e a raggiungere la Sala del Consiglio comunale, luogo scelto anche quest’anno per l’evento di presentazione del nuovo bando di servizio civile. In un pomeriggio inaspettatamente mite per essere settembre, il legno dei banchi attenuava ogni eco e rendeva ancora più impressionante il silenzio di quella sala, simbolo del governo della città, ma sempre e ancor prima luogo di incontro, come è stato per il nostro infoday. Riunione e conoscenza reciproca tra colleghi, con i responsabili dei progetti e gli aspiranti volontari che muovono i primi passi per il servizio accedendo proprio al luogo di incontro di coloro che sono chiamati a lavorare per la città. Quel giorno i microfoni erano tutti abbassati, così in foto si vede soltanto la sala vuota, ma in astratto è come se fosse stata affollata anche in quel frangente, perché la comunità si compone di ognuno di noi, in ogni momento, con le decisioni che prendiamo nella nostra vita giorno per giorno. Il tempio è lì a ricordarci che vi dovrebbe essere sempre un momento per l’incontro, per ascoltare i nostri cari, gli amici, i colleghi e tutti coloro che incontriamo nella nostra esistenza, che forse a ben vedere è una continua adunanza di durata imprecisata e che dobbiamo impiegare nel miglior modo possibile. “La guerra non è che la prosecuzione della politica con altri mezzi”, ammoniva Carl von Clausewitz, enunciando che il conflitto non è necessariamente insito nella natura umana ma è una delle soluzioni che talvolta sono adottate per il raggiungimento di un fine politico. Ma la politeia è fatta di cittadini e di nazioni, che attraverso la mediazione e la cultura della non violenza sono chiamati a dare ciascuno un contributo, secondo le proprie possibilità, e la politica si fonda e trae origine anche da quello che noi scegliamo di fare nella polis ogni giorno.

Un viaggio curioso ed emozionante ha raggiunto un traguardo con questo reportage, che mi ha permesso di mettermi alla prova e spostare il limite un po’ più in là, dovendo impegnarmi nella realizzazione di un risultato con costanza, rispettando scadenze e aspettative. Con le immagini e con lo scritto spero di essere riuscito a comunicare almeno parte di questo viaggio, che per me è stato un po’ come rivivere storie passate, rileggere il presente e sognare, intravedere il futuro.
Mi ha insegnato molto la luce rifratta attraverso la sfera, facendo chiarezza su insegnamenti che probabilmente avevo già ricevuto ma non mi erano ancora del tutto limpidi. Mi sono reso conto che la strada da seguire non è sempre quella che vediamo unica e inevitabile dinanzi a noi, ma che spostando il punto di osservazione si possono vedere altre linee, altri punti di fuga. Al di là dei punti e delle linee di forza, un orizzonte vasto si presenta nella vita ogni giorno; le posizioni che sembrano contrapposte non sono così distanti, se si fa qualche passo per cercare di vederle in modo alternativo, gli obiettivi che ci sembrano giusti da raggiungere, come se vi fosse un unico ponte per valicare le acque fredde e vorticose di un fiume, non sempre sono la soluzione che vorremmo, nè la migliore in assoluto. A volte ciò per cui lottare si trova da un’altra parte, magari proprio dove già ci troviamo, se proviamo a scrutare intorno a noi con impegno e attenzione. Ognuno di noi può conoscere le sue montagne, quelle che ha scalato, quelle che ricordano il passato e quelle ancora da affrontare.
Mi piacerebbe molto che questo progetto potesse proseguire e arrivare più lontano di dove io sono riuscito a condurlo, attraverso i nuovi volontari e includendo nelle immagini le persone che normalmente abitano ciascuna di quelle sedi, registrandone il movimento vitale che anima e dà senso a quei luoghi.
 
Ringrazio l’ufficio Informagiovani del Comune di Vercelli, che mi ha permesso di dare vita a questo progetto, i responsabili e i direttori di tutte le sedi coinvolte, gli addetti che pazientemente mi hanno aspettato e guidato attraverso gli spazi dove operano, tutti i colleghi volontari che mi stanno accompagnando in questo viaggio lungo un anno. Da solo non sarei stato in grado di arrivare a comporre l’intero mosaico. A queste persone e a voi che avete avuto la pazienza di leggere fino a qui auguro di trovare quello che cercate.
Non so bene quanto sia opportuno discorrere ancora sul guadare corsi d'acqua impetuosi e su adunanze come metafora dell'esistenza. Riparto da qui per accingermi, tra qualche mese, a lasciare il posto a un nuovo volontario, pur non avendo ancora ben chiaro se la prospettiva da cui osservo in questo momento sia o no quella corretta. La via da seguire probabilmente non è sempre nitida e facile da trovare, come un sentiero che a tratti si perde nella radura, ma certamente dev’essere lì, da qualche parte. 
FONTI E CONTENUTI CORRELATI
Andrius Aleksandravičius, “Glass Ball Photography” – da Afoto.eu

Peter Weir, 1989, “L’attimo fuggente” - "Guardare le cose da angolazioni diverse"

Carl von Clausewitz, 1832, “Della guerra”– da Wikipedia 
 
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