Ripartire

“È tempo di lanciarsi” era il motto scelto per la campagna di promozione del nuovo anno di servizio civile che sta per prendere il via. Un invito ai giovani desiderosi di proseguire la nostra esperienza, un modo per preparare il terreno ai volontari dei nuovi progetti, ma forse anche uno sprone sempre valido per ognuno di noi…

Credo sia difficile ripensare a questi ultimi mesi e restare senza il desiderio di provare a trarre un riassunto di quanto vissuto nel cammino iniziato un anno fa. Accadimenti e ricordi, a volte nitidi, a volte confusi, affiorano man mano come un raggio di luce che si fa spazio attraverso gli spiragli dei cassetti della memoria. Un quaderno con la copertina verde, quello ricevuto il primo giorno di servizio, è l’oggetto da cui mi avvio per cercare di mettere ordine nel flusso di pensieri che mi accingo a scrivere.

Sfoglio le pagine ed è un po’ come tornare a vivere il racconto di questo percorso, iniziato ufficialmente quella mattina di novembre dell’anno scorso nell’aula magna dell’Università.
Poco più di una ventina di giovani, alla presenza di alcuni dei responsabili del settore delle politiche giovanili a cui tutti avremmo fatto riferimento. Mi guardavo intorno e ascoltavo con attenzione per cercare di intuire che cosa mi avrebbe atteso dopo quel primo giorno che ricordo in modo abbastanza preciso, come sovente mi accade quando mi trovo a vivere momenti che mi incuriosiscono e mi affascinano. Accanto a me i ragazzi che sarebbero diventati i miei colleghi, anzi in verità già lo erano, benchè non li percepissi ancora come tali, forse perché di loro riconoscevo appena qualche volto dalle giornate delle selezioni, il tempo in cui eravamo alle prese con prove e dinamiche di gruppo volte a valutare la personalità, mentre occorreva decidere chi o che cosa si dovesse lanciare in acqua o nel vuoto, da una scialuppa o da una mongolfiera malfunzionante, per salvare il resto dei passeggeri, nonostante ogni sacrificio e spirito di resilienza fossero poi spesso insufficienti a fermare la serie di eventi funesti che lo scenario recava con sè.Foto di Carlotta Sillano

Non sapevo che si trattasse in realtà di un assaggio di alcune esperienze che avremmo proseguito durante i primi mesi di servizio, nei momenti di formazione generale dedicati all’illustrazione delle origini e del funzionamento del servizio civile. È stato allora che abbiamo avuto le prime occasioni per conoscerci un po’ di più, così ricordo perfettamente quando ci fu chiesto di descriverci con un aggettivo. Mi ero dichiarato attento, quel giorno, forse lo ero già prima di incominciare questa strada, certamente ho imparato ad esserlo in modo più consapevole durante questa esperienza.

I giorni scorrevano lentamente, agli inizi, tra la curiosità di addentrarmi in Municipio e lo stupore di quando varcai la porta dell’Ufficio Relazioni con il Pubblico e mi fu assegnata la scrivania dalla quale avrei dovuto cominciare, in questa prospettiva inedita, a servire le persone che abitano e vivono questa città. Sapevo di avere un anno di tempo per cercare di dare il mio contributo; per farlo, osservavo e ascoltavo quello che accadeva intorno a me, scrutavo e annotavo le collocazioni delle modulistiche, le aree tematiche del sito istituzionale, i canali di dialogo con il cittadino e gli altri uffici di quel complesso immenso che forma la macchina comunale, per far sì di essere provvisto delle informazioni utili per rispondere alle persone che vedevano nel nostro ufficio il riferimento per trovare risposte e soluzioni. Ho avuto, così, l’opportunità di conoscere almeno una parte di ciò che accade ogni giorno in città, di individuarne i punti di forza e gli aspetti migliorabili.

"Fuori dal Comune" non era solo il titolo che il progetto portava quest’anno, e nemmeno una formula altisonante per individuare qualche peculiarità o dote straordinaria nei volontari impegnati in questa sede. Si trattava piuttosto, almeno così mi piace credere, di un suggerimento ad affacciarsi sulla città che brulica al di fuori delle mura del municipio. Sono le persone là fuori la ragion d’essere di questa organizzazione, di questo progetto, dell’impegno che ho cercato di dedicare. Sento di aver imparato molto in questi mesi, dapprima a trovare risposte puntuali e precise alle richieste che ogni giorno si presentavano, ma la missione era un’altra: realizzare qualcosa di più prezioso, per sè e per gli altri, al di là delle competenze e dei tecnicismi. Trovo sia curiosa la parola comunicazione, perché al suo interno si trova un mondo fatto di impegno per mettere in comune con l’altro da noi una conoscenza, un approccio, una visione, in modo dinamico, agendo con misura, non solo cercando la risposta giusta per poter dire di aver centrato l’obiettivo.

Delle giornate trascorse fuori dall’ufficio ricordo gli spunti di riflessione alle conferenze, i viaggi nella Memoria, attraverso cui ripensare al passato per progettare un futuro migliore, le visite e le manifestazioni a scuola e in giardini nascosti, le rappresentazioni a teatro, le mattinate a lezione di Costituzione, le spiegazioni preziose sul linguaggio della nonviolenza, i sopralluoghi agli allestimenti delle mostre, le riprese per i video istituzionali nei luoghi più disparati, i cori alpini, le conferenze stampa, il timore reverenziale nel muoversi per documentare eventi e ricevimenti in luoghi antichi che potrebbero prendere presto nuova vita.

Ascoltare è stato ed è molto importante, per essere preparati ai momenti in cui occorre passare all’azione, nel servizio ma soprattutto per ciò che seguirà. È un’esperienza particolare trascorrere un anno a disposizione di un ente che accoglie e ricambia il tuo impegno con la possibilità di aiutare gli altri e migliorare te stesso. Informare i cittadini è dare forma, a ben vedere, anche a se stessi, finendo per uscire certamente cambiati rispetto a quando ci si trovava all’inizio di questa strada. Che sin da principio si sapeva avere un ingresso e, al fondo, una prospettiva più ampia e luminosa, nella quale lanciarsi una volta esplorato tutto quello che la via aveva da offrire, tutta la linfa dalla quale trarre ispirazione.
Mi hanno insegnato molto le persone e gli episodi che hanno animato questi mesi: a dialogare, ad essere curioso, a cercare di leggere la realtà in un’altra prospettiva, a vedere le questioni nelle loro differenti sfaccettature. A rivivere momenti di un passato abbastanza lontano e a decifrarne il significato in modo un po’ più accurato di prima, a tenere per me le mie vittorie quando non c’è nessuno a segnare il punteggio, a cambiare registro ogni volta che occorre cercare l’approccio giusto per ciò che troviamo dinanzi a noi, a cogliere le sensazioni di chi sta intorno, perchè talvolta solo gli altri possono fornire un riscontro di quello che siamo e che facciamo, indicandoci le leve da azionare per raggiungere un risultato migliore, quando siamo da soli di fronte alle difficoltà così come quando invece è il momento di comporre insieme, accordando fiducia, per creare qualcosa di migliore e con rinnovata consapevolezza.

Proprio lo spirito di collaborazione e la fiducia che mi sono stati concessi hanno reso possibile la realizzazione di alcuni progetti che altrimenti non avrebbero avuto modo di svilupparsi. È stato grazie ai colleghi volontari che ho potuto contribuire alla realizzazione di riprese video e montaggi, ambito nel quale non potevo e non posso tuttora vantare particolare competenza, ma che mi ha incuriosito provare. Devo ringraziare i responsabili di varie sedi e attività se ho avuto la possibilità di aggirarmi in luoghi più o meno accessibili portando con me la macchina fotografica e una sfera di vetro cristallo. Insomma, quando ho chiesto un campo di prova mi è stato permesso di impiegare le mie abilità, di tentare esperienze nuove. E se, come credo, è stato così per tutti, ritengo sia importante apprezzare queste occasioni preziose in un mondo che, per varie ragioni, vede talvolta un’esautorazione delle istanze e dell’intraprendenza delle nuove generazioni e di quelle che nuove lo sono un po’ meno, ormai, ma fa lo stesso.

Vi sono state giornate spensierate e giornate più rigorose, parole di affetto e parole più dure, volti sorridenti e sguardi con qualche lacrima, aneddoti divertenti e storie che riaffioravano dentro e fuori di noi. Ma la cosa affascinante era trovarsi rivolti tutti verso la stessa speranza di tracciare il solco e farsi avanti nella strada che scegliamo di percorrere nella vita di ogni giorno. È stato bello avere l’occasione di mettere ordine nei miei pensieri, tra ambizioni e ricordi di cammini che erano un po’ diversi da quello che mi aspettavo, ma che tuttavia ripercorrerei, magari con più consapevolezza, perchè a quelle vie devo gran parte di quello che sono e di quello che diventerò.

Un grande insegnamento è stato l’invito a rileggere princìpi e valori per tradurli in azioni concrete, impegnandoci a non giudicare e a non giudicarsi ogni volta in cui ciò non sia indispensabile. A non cercare un colpevole ad ogni costo quando qualcosa non va come ci aspettavamo, perché, come dimostra anche una delle raffigurazioni all’interno di un museo cittadino, è fin troppo facile far sì che vi sia sempre una testa sul piatto di Salomè: il diavolo è un uomo con un progetto diabolico, ma il male, quello vero, nasce dal collaborazionismo degli uomini. Assai più difficile è cedere qualcosa di noi stessi, il nostro tempo, quando percepiamo che ciò sia finalizzato a un bene più grande. Affinare la capacità di scegliere e agire coscienziosamente è stato forse il dono più prezioso. Ma cos’è la coscienza? Talvolta lascia disorientati farsi ispirare da esempi di virtù superiori alla media, che pure continuano a parlare attraverso gli scritti che ci hanno lasciato. La crudeltà spietata è la nostra vera natura e l’empatia ne è un’anomalia? La buona notizia sembrerebbe che risulta esserci un vantaggio evolutivo nei gesti di semplice umanità: non avremmo superato un freddo inverno del paleolitico senza un po’ di collaborazione, e poi però in un dato momento preistorico siamo stati cacciatori solitari e ancora oggi ci sembra pericoloso mostrarci gentili e cordiali verso gli altri membri della tribù. Forse dovremmo imparare a deporre la clava, qualche volta, a mettere da parte le nostre pietre appuntite, allora il rispondere all’imperativo dell’altruismo sarà la vera ricompensa.

Mancano poche ore alla consegna degli attestati di fine servizio e una sensazione di mistero verso l’avvenire è ciò che provo mentre scrivo queste righe, nelle quali ho cercato di riporre poca tristezza, forse perchè non è quella l’emozione che anima questo momento dell’anno di servizio. Da giovane uomo di 28 anni avevo scelto di iniziare questo percorso, sapendo bene che dopo la partenza vi sarebbe stato un arrivo ben collocato nell’orizzonte temporale. Il mio obiettivo era far sì che il traguardo fosse migliore del punto in cui mi trovavo quando presi le mosse e, sorprendentemente, mi ritrovo a considerare con soddisfazione quanto ho vissuto lungo il tragitto.

Riparto da qui, anche se credo che forse non sia del tutto corretto individuare un inizio e una fine che non siano mere date convenzionali sul calendario entro le quali racchiudere questa esperienza. Come una strada ferrata da ammirare dall’alto di un ponte, si tratta piuttosto del viaggio continuo della nostra esistenza. I binari procedono verso nuove mete, si lasciano percorrere e ripercorrere, per tornare sui propri passi, quando serve e non ci si è spinti troppo in là, ci attendono quando si preferisce fermarsi in un luogo per riflettere, per esplorare o impegnarsi in qualche cosa di importante. Lungo la via passano ogni giorno altre persone che, come noi, si impegnano a dare senso a ciò che siamo e a quello che vorremmo diventare. A volte le strade si dividono, per poi ricongiungersi inaspettatamente, in un equilibrio di caos e determinismo che non è sempre immediato decifrare, ma, come si usa dire, può darsi che la meta del viaggio sia in realtà il viaggio stesso. Accade poi di sentirsi un po’ smarriti quando il cielo si rannuvola e scende il buio della notte. È nell’ombra che troviamo ricordi di un passato lontano ma ancora vivo, fosse anche solo nella nostra mente. Al di là degli stati mentali, trovo affascinante l’idea di ripartire. Che non vuol dire solo rimettersi in moto, ma è anche dividere in parti secondo criterio e in vista di un determinato scopo. Ciascuno di noi può farlo con il proprio tempo, con le decisioni da prendere ogni giorno, e forse è questo il privilegio che dobbiamo ambire a raggiungere con tutto il nostro impegno. E quando proprio non si sa se si stia procedendo nella giusta direzione, a volte basta soffermarsi, magari osservare la realtà e le persone che ci circondano, nell'attesa che il sole torni a fare luce sulle nostre destinazioni. Anche le sorgenti luminose hanno lati oscuri, ed è curioso che la colonna sonora scelta per i video promozionali che abbiamo realizzato sia un brano di Jeremy Blake che si intitola Sunspots, macchie solari, quelle regioni della superficie della stella che appaiono più scure a causa dei flussi di campo magnetico che inibiscono temporaneamente la convezione.

Mi rendo conto di aver già scritto abbastanza e non mi resta che ringraziare. Dunque grazie, innanzitutto a coloro che hanno riconosciuto il mio impegno dandomi l’opportunità di provare questa esperienza. Grazie a Damiano Massa, infatigabile compagno di bordo in questo viaggio, al quale auguro, come accaduto a me, di sentirsi un po’ cambiato da quando ci incamminammo un anno fa. Penso che non saremmo riusciti a cavarcela così bene, senza la guida delle persone che lavorano al Servizio di comunicazione pubblica del Comune di Vercelli. Insieme ai colleghi del vicino ufficio dell’Informagiovani sono stati l’esempio da cui trarre spunto per cercare di svolgere al meglio il nostro compito, aiutandoci a non perderci all’interno dell’immensa struttura comunale, della quale abbiamo avuto modo di conoscere almeno una parte di coloro che lavorano per il suo funzionamento.

Sono grato a Lara Vallino, delegata regionale per il servizio civile, per aver letto e condiviso le mie elucubrazioni durante quest’anno di servizio e per la pazienza di spiegarmi in che cosa consista il suo mandato per favorire e migliorare il presente e il futuro dell’opportunità a cui abbiamo preso parte.

Per qualche ragione non sono riuscito a produrre per questo articolo un’immagine con cui dipingere le idee e i ricordi che affollano la mente in questo momento, ringrazio Carlotta Sillano per aver fissato la luce oltre le nubi.

Ai colleghi incontrati in quest’avventura auguro di raggiungere le destinazioni che cercano. Può darsi che un giorno ci rincontreremo e spero che allora ci troveremo un po’ oltre il limite che immaginiamo dopo essere arrivati fin qui insieme. Ma la meta ci attende e non è ora il momento di domandarsi quando e dove questo accadrà. È tempo di ripartire.

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