Riflessioni e impressioni sull'esperienza al CAS

L'esperienza dei tre martedì pomeriggio al CAS di Vicolo Santa Caterina a Vercelli mi ha permesso di percepire da una prospettiva inedita il delicato tema dell'immigrazione, da troppo tempo oggetto di dibattiti e scontri nel panorama politico italiano e non solo.
Era la prima volta che mettevo piede in un centro di accoglienza e grazie a questi incontri ho avuto la possibilità di entrare in contatto con chi vi opera quotidianamente, ma soprattutto con i ragazzi che vengono ospitati. La cosa che mi ha colpito maggiormente è stato il sorriso con cui questi ragazzi ci hanno salutati e accolti, un sorriso che probabilmente nasconde le preoccupazioni e le paure che li hanno portati ad abbandonare la loro patria per cercare fortuna altrove, lontano dai propri affetti, ma che nonostante tutto era dipinto su ciascun viso che ho incrociato durante questi pomeriggi al CAS. Già questo per me è stato sorprendente.
Il fenomeno dell'immigrazione, insieme ai suoi risvolti, viene spesso strumentalizzato per fini politici e quella che ci viene offerta, anche attraverso i media, è un'immagine distorta della realtà effettiva. Se pensiamo solo alle condizioni disumane che molti migranti sono costretti a subire durante le traversate in mare, io penso che nessuno di noi abbia mai nemmeno immaginato di correre un simile rischio, se si fosse trovato al loro posto. Eppure, quando nel proprio Paese non ci sono più le condizioni necessarie per poter sopravvivere, allora si tenta il tutto per tutto. Durante il tandem linguistico, tenutosi lo scorso 14 dicembre presso il Seminario Arcivescovile, ho avuto modo di conversare con un ragazzo siriano che si trova qui in Italia da tre mesi e, oltre a spiegarmi lo sforzo da lui compiuto per coniugare lo studio presso la facoltà di infermieristica e quello della lingua italiana, mi ha detto che se non fosse stato per la guerra non avrebbe mai abbandonato il suo Paese. Questo può costituire già uno spunto di riflessione che dovrebbe contribuire a far cadere ogni tipo di stereotipo e pregiudizio, di cui anch'io sono stato vittima e di cui in parte, forse, lo sono ancora. Gli ho risposto infatti che, nei suoi panni, non credo avrei avuto il suo coraggio e nemmeno la sua tenacia nell'inglobarsi in un contesto così diverso dal suo.
Questa esperienza mi ha insegnato che è sempre meglio guardare agli esempi positivi che a quelli negativi; alzare muri infatti non ha mai portato a nulla di buono. D'altra parte, qualche settimana fa, durante una delle "tavole rotonde" del martedì pomeriggio, un altro ospite del CAS ci raccontava di come nel suo Paese di origine gli italiani fossero tutti additati come razzisti. Egli ha concluso dicendo che, una volta qui, si è reso conto che non è proprio così come cercavano di fargli credere.
Ecco, sarebbe bello se anche chi accoglie fosse disponibile a tendere la mano a tutti coloro i quali non sono nient'altro che persone come noi, ragazzi come noi che vorrebbero solamente avere una vita normale ed essere felici. Le differenze culturali permarranno sempre e spesso peseranno parecchio nei rapporti tra gli individui, ma in fondo è giusto che sia anche così; può sembrare un discorso utopico, ma il primo passo, e forse quello più grande, è cercare di vincere la paura dell' "altro" che ancora troppo ci attanaglia, e questo tocca a noi metterlo in pratica per primi.
 

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