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Delfini pangalattici

La vostra casa è appena stata demolita per far posto ad una tangenziale? Il vostro pianeta è appena stato demolito per far posto ad un’autostrada spaziale? Avete appena scoperto che il vostro migliore amico proviene da Betelguese 7? Bene allora non avete bisogno d’altro per iniziare a scorrazzare per la galassia scroccando corse ad astronavi di passaggio. Anzi qualcos’altro sì che vi serve, ossia una copia del libro che ogni viaggiatore interplanetario dovrebbe sempre avere in borsa (oltre ovviamente ad un asciugamano): “Guida galattica per gli autostoppisti”.

Nato dall’estrosa penna di Douglas Adams questo romanzo racconta appunto le avventure di un normale terrestre chiamato Arthur Dent, che quasi senza rendersene conto si ritroverà catapultato in un’avventura spaziale alla ricerca della grande risposta sulla Vita, sull’Universo e sul Tutto, in un cosmo che sembra regolato completamente dall’improbabilità e dalle coincidenze; e dev’essere proprio grazie a quest’ultime che l’autore dedica un piccolo capitolo ai delfini. Veniamo a scoprire infatti che non è l’uomo l’animale più intelligente del pianeta, collocandosi al terzo posto, dopo questi simpatici mammiferi acquatici. Dico questo perché girando per le sale del MAC il visitatore attento potrà scoprire che quello del delfino è un simbolo che ricorre spesso su diversi reperti.
Ma facciamo un passo indietro. Che il delfino sia un animale molto intelligente è oggigiorno fatto assodato, ma anche gli antichi, attenti osservatori della natura e del mondo che li circondava, avevano già notato la cosa, e non a caso esso compare spesso nella mitologia di diverse popolazioni. Prendendo in esame quella greca ad esempio, lo possiamo ritrovare in diversi episodi che lo legano ad altrettante divinità; nell’inno omerico ad Apollo ad esempio vediamo il Dio sotto forma di questo animale saltare su una nave di mercanti, dirottandola per raggiungere il luogo dove poi fonderà il santuario di Delfi. In Apollodoro viene invece narrato un episodio riguardante Dioniso; il Dio aveva assoldato dei pirati per giungere fino a Nasso, ma essi sorpassarono l’isola per vendere il loro passeggero come schiavo in Asia. Inutile dire che Dioniso non la prese bene: trasformò infatti i remi e l’albero in mostruosi serpenti, e riempì la nave di tralci d’edera e suoni di flauti. Impazziti dalla paura i pirati si gettarono in acqua, al contatto della quale si trasformarono in delfini. Da allora vagano per i mari salvando i marinai in difficoltà, probabilmente per espiare l’offesa. Il motivo del delfino che salva i marinai era particolarmente fissato nella cultura greco-romana, ed indica con molta evidenza le qualità di socievolezza, fedeltà ed intelligenza che gli antichi attribuivano a questo animale. Era quindi comprensibile venissero considerati reati contro l’ospitalità il trattenere nelle reti i delfini o ancor peggio ucciderli.
Tornando al nostro museo, il reperto nel quale la figura del delfino compare con più evidenza è un frammento di lastra marmorea di rivestimento decorata a rilievo proveniente dall’anfiteatro, dove oltre ad un motivo vegetale a foglie d’acanto, compaiono un tridente, una conchiglia e un geco. Difficile capire se in questo caso il delfino sia raffigurato come semplice motivo ornamentale o se in origine facesse parte di un ciclo riguardante qualche episodio mitologico. Vero è che il delfino è legato alla figura di Apollo, il cui culto è attestato a Vercelli, ma questo non ci autorizza sicuramente a formulare ipotesi sul significato del reperto. Il delfino compare poi su tre lucerne in terracotta: in due vi è rappresentato chiaramente uno di questi animali, mentre il motivo della terza, visto lo stato di conservazione non ottimale, potrebbe sembrare a prima vista un altare con un braciere che arde, mentre in realtà vengono riprodotti i cosiddetti delfini di Agrippa, ossia un congegno, montato sulla spina del circo massimo, consistente in due colonne reggenti sette statue in argento di delfini aventi la funzione di segnare i giri durante le corse; ad ogni passaggio dei carri uno di essi veniva infatti abbassato. Per ultime, ma non certo meno importanti, sono da segnalare due stele funerarie sulle quali compaiono figure di delfini. In questo caso la presenza dell’animale potrebbe essere ricondotta alla sua valenza psicopompa, ossia di figura che accompagna il defunto verso l’aldilà; così come accompagnavano i naufraghi verso la terraferma e la salvezza, così traghettavano i morti dal mondo dei vivi al regno dell’oltretomba.
 

Tags: serviziocivilevercelli, la cultura che non ti aspetti

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