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Spese "Follis"!

#confrontinaspettati questo mese ci porta nella Grande Mela, attraverso il romanzo di Sophie Kinsella “I love shopping New York”, accompagnati dalla protagonista Rebecca Bloomwood a spasso per le vie della moda di questa città.

Rebecca è una giornalista, patita di moda e di shopping, passione quest’ultima che diventerà una vera e propria malattia, tanto da spingerla, dopo una serie di menzogne volte a nascondere questa sua ossessione, a rompere i rapporti con le persone a lei care ed a perdere il lavoro. Rimasta quindi sola ed indebitata fino al collo, Rebecca avrà modo di prendere coscienza del suo problema-dipendenza, e di tentare di recuperare gli affetti, liberandosi di tutti i vestiti accumulati nel corso delle sue spese folli. Filo conduttore del racconto è l’importanza nel saper attribuire il giusto valore alle cose; quasi sempre quelle più importanti nella vita non hanno un prezzo, e non si possono comprare come se fossero delle scarpe di alta moda. Anche solo riuscire a dare il giusto valore al denaro, in un mondo dove la moneta è sempre più un qualcosa di astratto e virtuale, diventa difficile; per Rebecca ad esempio la carta di credito è vista come un oggetto magico che permette qualsiasi cosa. Solo l’estratto conto a fine mese riesce a riportarla alla realtà. Tutto ciò non deve però far pensare che nel mondo antico, quando la moneta possedeva ancora un valore intrinseco, dato dal metallo più o meno prezioso contenuto in esse, non esistessero persone dedite alle spese folli. La sete di possesso è infatti connaturata nell’uomo, ed in fondo come ebbe a dire il noto economista Keynes: “E’ molto probabile che l’invenzione della moneta non abbia rappresentato altro che una tappa banale per l’uomo, in quanto non è altro che la razionalizzazione di qualcosa che è sempre esistito.”
Nel mondo romano la moneta compare allo scadere del IV sec. a.C., curiosamente con una doppia forma di circolante; accanto ad una serie di monete ottenute a fusione, in bronzo, prodotte dalla stessa Roma, coesisteva infatti una serie coniata, principalmente in argento, appaltata a una zecca campana identificabile probabilmente con quella di Napoli. Con tutta probabilità la serie fusa doveva costituire la valuta utilizzata in territorio romano, mentre quella coniata venne usata per rapportarsi al mondo della Magna Grecia; non a caso il peso delle prime è riferito al sistema della libra romana, mentre per le seconde venne adottato come standard la dracma campana.
Il Museo Archeologico di Vercelli raccoglie svariati esempi di monete, che spaziano dalle prime serie di assi e denari di Roma repubblicana fino ad arrivare all’età imperiale, con emissioni fino ai follis di Costanzo II. Sono da segnalare inoltre tre pezzi provenienti dalla frequentazione dei Libui, la popolazione che stabilì il primo nucleo di Vercelli. Anche i celti infatti coniavano moneta, anche se queste produzioni erano il più delle volte imitazioni di dracme greche, nate probabilmente anche in questo caso per rapportarsi con i mercati ellenici. Nello specifico in museo è conservata una imitazione di dracma marsigliese in argento, mentre i restanti due pezzi appartengono al tipo delle “Regenbogenschusselchen” (Coppette dell’arcobaleno), moneta in oro della tribù germanica dei Cimbri, messa da alcuni in relazione con la calata in Italia di questa popolazione conclusasi con la battaglia dei Campi Raudii, anche se le scarse evidenze archeologiche rendono ancora dibattuta la questione sul dove collocare lo svolgimento del celebre scontro.
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