Piccole lampade per piccoli principi

Scritto da Andrea Borlenghi il .

Il libro scelto dai volontari delle biblioteche per i confronti inaspettati di luglio è il Piccolo Principe; come per lo scorso mese il testo selezionato nasce, secondo le intenzioni chiaramente espresse dallo stesso autore Antoine de Saint-Euxpery, per essere rivolto ai più piccoli, anche se nel corso degli anni è diventato un classico apprezzato ed amato da un pubblico di tutte le età.
Rispetto alla Fabbrica di cioccolato del mese passato, che si rivolgeva all’infanzia con un testo dallo stile buffo ed ironico e con la volontà di fornire dei modelli comportamentali nei quali i bambini potessero immedesimarsi, il romanzo dello scrittore francese più che porsi velleità di tipo pedagogico sembra voler essere un’introduzione a temi filosofici molto profondi, come la vita, l’amicizia, l’amore e la morte, nonché, forse, il senso stesso dell’esistenza. Questa sorta di educazione alla vita e ai sentimenti viene affrontata senza essere edulcorata da mondi zuccherati e lieti fini, ma anzi, costante del libro è un sottile velo di malinconia che lo avvolge finemente come se fosse la sciarpa del nostro protagonista; tanto che riletto in età adulta si giunge a chiedersi se più che essere finalizzato all’educazione sentimentale dei più piccoli, non sia rivolto in realtà ad una rieducazione dei più grandi, una rieducazione a “sentire”, ad emozionarsi, alla semplicità, a ritrovare il bambino che tutti siamo stati una volta e che lo stesso Saint-Euxpéry evoca nella struggente dedica all’inizio del libro. Insomma se lo avete letto solo da piccoli e poi accantonato nella vostra libreria il mio consiglio è di riprenderlo in mano. Potrebbe davvero valerne la pena.
Ed ora, senza dilungarci troppo sulla trama del libro, che potete comunque ritrovare ben sintetizzata nel post di inizio mese realizzato dagli amici delle biblioteche, vediamo cosa potreste ritrovare girando per le sale del Museo Archeologico della Città di Vercelli che si ricolleghi al nostro romanzo. Nel corso dei suoi viaggi alla ricerca di un nuovo amico, il Piccolo Principe ad un certo punto approda sul pianeta di un lampionaio, impegnato diligentemente nella sua mansione di accendere e spegnere un lampione che praticamente occupa tutto lo spazio del piccolo asteroide. Egli racconta che un tempo la sua consegna era ragionevole, spegnere il lampione al mattino per poi riaccenderlo alla sera, avendo poi il resto del tempo per riposare; ma di anno in anno il pianeta si mise a girare sempre più velocemente, fino a ritrovarsi a dover compiere questa operazione di minuto in minuto. Questa attività mi ha fatto pensare al tema dell’illuminazione in antico, ben illustrato dai numerosi esempi di lucerne conservati qui in Museo. Esse rappresentavano uno dei principali metodi utilizzati per rischiarare gli ambienti degli edifici, ed in quelli dei più ricchi alimentate dagli schiavi, che come degni colleghi del nostro lampionaio dovevano costantemente controllarle e nel caso rifornirle di combustibile, solitamente costituito da olio di oliva, ma potevano anche essere usati olio di noce, di sesamo, di pesce o di ricino, e con ogni probabilità anche olii minerali che nel mondo antico erano già conosciuti.
Innumerevoli e impossibili da trattare in questa sede sono tutte le forme e le tipologie che vennero foggiate nel corso dei secoli, e ci limiteremo a dire che esse erano essenzialmente costituite da un serbatoio, solitamente di forma cilindrica, tronco-conica, emisferica o svasata, destinato a contenere il combustibile. La parte superiore era costituita dal disco, l’area centrale piana o concava in cui era collocato il foro di alimentazione, e che poteva essere circondata da una spalla variamente decorata. Nella zona del corpo erano spesso inseriti elementi da presa, costituiti da anse o presine. Ultima parte fondamentale è il becco, nel quale era collocato un canale terminante in un foro, dove veniva posizionato lo stoppino.
Escludendo la prima sala, dedicata alla popolazione celtica dei Libui, tutte le sale del MAC contengono esempi di lucerne, cosa del resto normale, visto che era un oggetto comunissimo per tutti gli strati della popolazione, anche se accanto agli esemplari più comuni in ceramica ne esistevano di più pregiati in vetro o metallo (bronzo, argento e perfino oro), ed utilizzato sia nella sfera privata che pubblica. Sono poi i vari tipi di decorazioni ad indicarne il possibile utilizzo in contesti diversi: quelle rinvenute presso l’anfiteatro ad esempio mostrano scene di vari tipi di agoni, come combattimenti di gladiatori, gare di pugilato o corse di carri. Nei larari delle domus (edicolette votive per il culto degli antenati), nei quali era sempre accesa una lucerna, si possono ritrovare immagini di divinità, di altari, o di animali simbolici come nel nostro caso il delfino. Diversissime poi le raffigurazioni di quelle in ambito domestico; esse possono presentare motivi vegetali, animali, maschere teatrali; molto comuni erano anche rappresentazioni di scene erotiche. Bisogna infine sottolineare che le lucerne svolgevano un ruolo importante anche in ambito funerario; sono infatti uno degli oggetti che ricorre più spesso nei corredi, e come si può intuire la loro funzione doveva essere quella di illuminare il percorso del defunto verso l’aldilà. A volte però gli archeologi ritrovano anche degli esemplari collocati nella sepoltura in posizione capovolta; in tal caso questa defunzionalizzazione della lucerna deve probabilmente essere intesa come un’allegoria della vita che si spegne.